Lo studio Schuster vuole ricordare una storia molto recente, per non dimenticare come le donne fino a ieri erano escluse dal diritto di voto, dal giudicare, dal difendere nelle aule dei tribunali d’Italia. Era l’ordine naturale delle cose, si diceva e scriveva…. un soffitto di cristallo che persiste ancora oggi.L’epoca in cui alle donne era precluso il diritto di voto e l’accesso all’avvocatura e alla magistratura potrebbe apparire un lontano passato. Eppure, prima del ventennio fascista e poi ancora agli esordi della nostra Repubblica la questione fu ampiamente dibattuta. Se oggi atavici presìdi giuridici della discriminazione appaiono superati, cionondimeno la realtà ci insegna che le ineguaglianza di genere persistono ancora nella società italiana.

Il diritto di voto attivo

Sentenza della Corte di Appello di Ancona del 25 luglio 1906, estensore il presidente Ludovico Mortara, in «Giurisprudenza Italiana», LVIII (1906), III, coll. 389-394

Antefatto: Il Procuratore del Re impugnò la decisione della Commissione elettorale provinciale di Ancona di iscrivere nelle liste elettorali un gruppo di donne, note come le maestre di Senigallia. Scrisse il Mortara per rigettare il ricorso del Procuratore del Re:

È assolutamente inesatta la proposizione che le donne non godano dei diritti politici, poiché i diritti fondamentali, vale a dire la libertà individuale, la inviolabilità del domicilio, la libertà di manifestare le proprie opinioni per mezzo della stampa, il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi . . .

In estrema ipotesi, se vi può essere un dubbio intorno all’intenzione del legislatore, questo va risoluto nel senso della libertà, trattandosi appunto di determinare l’estensione di un diritto politico che qualcuno definì pure diritto naturale, e che sotto questo profilo quasi nessuno contesta appartenere a tutti i soggetti capaci, senza distinzione di sesso. Per questi motivi, respinge l’appello.

L’accesso alla magistratura: Le discussioni in Assemblea costituente

http://www.nascitacostituzione.it/05appendici/06p2/04p2t4/04/08/index.htm

Il 10 gennaio 1947, nella seduta antimeridiana, la seconda Sezione della seconda Sottocommissione della Commissione per la Costituzione prosegue la discussione sul potere giudiziario e, in particolare, l’accesso delle donne alla magistratura

Cappi fa considerare che nella coscienza pubblica oggi non v’è la convinzione che le donne possano essere ammesse all’esercizio delle funzioni di giudice. Si è detto che le donne oggi sono eleggibili ed elettrici, ed è questa una conseguenza delle sofferenze, delle dure prove che esse hanno sopportato durante la guerra; ma cosa ben diversa è la funzione giudiziaria.

La ragione della diffidenza diffusa nella maggioranza di fronte ad una donna giudicante sta nella prevalenza che nelle donne ha il sentimento sul raziocinio, mentre nella risoluzione delle controversie deve prevalere il raziocinio sul sentimento. Perciò si dichiara contrario all’ammissione delle donne nella Magistratura.

Mannironi dichiara che, per ragioni di principio, è del parere che i diritti delle donne debbano essere in tutto pari a quelli dell’uomo: però fa qualche riserva. A suo avviso, nella sua costituzione psichica la donna non ha le attitudini per far bene il magistrato, come dimostra l’esperienza pratica in un campo affine, cioè nella professione dell’avvocato. Tutti avranno notato quale scarsa tendenza e adattabilità abbia la donna per questa professione perché le manca, proprio per costituzione, quel potere di sintesi e di equilibrio assoluto che è necessario per sottrarsi agli stati emotivi.

Pensa che si possa consentire alle donne di partecipare a limitate e determinate forme di giudizio nelle sezioni specializzate, ma ritiene non si possa generalizzare fino al punto da consentire loro il libero accesso alla Magistratura. Né potrebbe essere un limite sufficiente l’esame di concorso, anche se severo, perché le donne studiano e possono prepararsi al pari dell’uomo. Ma la garanzia necessaria non è offerta soltanto dalla semplice conoscenza delle materie giuridiche che formano oggetto dell’esame. Il buon giudice non è quello che soltanto conosca bene il diritto; gli occorrono altri requisiti che potrebbero chiamarsi naturali (temperamento, forza d’animo, fermezza di carattere, capacità di sintesi, ecc.) e la cui deficienza non si colma col semplice studio. Rileva infine che neppure le stesse donne rivendicano per sé il diritto ad essere ammesse nella Magistratura. Il problema quindi non è attuale.

 

http://www.nascitacostituzione.it/05appendici/06p2/04p2t4/04/08/index.htm?003.htm&2

Il 31 gennaio 1947, nella seduta pomeridiana, la Commissione per la Costituzione in seduta plenaria discute sulla Magistratura.

Codacci Pisanelli prospetta soltanto una questione di resistenza fisica. Per sua diretta esperienza, un tempo, di magistrato, afferma che in udienza alle volte la discussione si protrae per ore ed ore e richiede la massima attenzione da parte di tutti. È evidente che per un lavoro simile sono più indicati gli uomini che le donne. In altri termini, si tratta di quella stessa resistenza fisica che viene considerata allorché si parla del servizio militare. Per tali considerazioni ritiene che non sia opportuno ammettere le donne nella magistratura.

Molè dichiara di aver combattuto questa proposta sia in Consiglio dei Ministri, che in seno alla Sottocommissione e non può che ripetere brevissimamente che ritiene non trattarsi né di superiorità, né di inferiorità della donna di fronte all’uomo nella funzione giurisdizionale: è soprattutto per i motivi addotti dalla scuola di Charcot riguardanti il complesso anatomo-fisiologico che la donna non può giudicare.